#disagiointreno – Il Limbo

“Io credo che, se l’inferno fosse un posto fisico e reale, sarebbe il passante S5 di Trenord”
Francesca Pastori

Quasi alle sette, infine, sono arrivata alla mia abitazione. La fine della giornata lavorativa non è sancita dalla timbratura dell’uscita: ormai so che, prima di potermi considerare davvero a casa, devo passare attraverso il Limbo, cioè l’orrendo e malefico passante. La sensazione che qualcosa di tragico stia per accadere è già viva. A Repubblica c’è troppa gente e qualcuno arranca sulle scale cercando una via di fuga a Garibaldi superficie. Non ce la posso fare, voglio essere zen. Scendo le scale e guardo il monitor: 25 minuti di ritardo. So già che in questo modo si accumulerà un’orda di barbari che salirà sul treno insieme a tutti quelli che aspettano il passante delle 18.00. Non sono più zen. Mi siedo sconsolata, avviso Madre che anche stasera non so quando arriverò e aspetto. Il treno arriva e mi sento in The Walking Dead. Ondeggiando e trascinando i piedi che inciampano su quelli altrui, salgo. Ti coglie subito quell’odore caratteristico di 200 persone pressate nel corridoio: l’eau d’ascel. Voglio piangere. Intorno a me un’idiota decide di raccontare al fidanzato la sua giornata mimandola. Mi tira gomitate per tutto il viaggio. Dietro a me un ragazzino basso ripassa matematica sul suo quadernone, ma verrà presto schiacciato contro la parete come Fuller nella scena della cucina in Mamma ho perso l’aereo. Suona il telefono: non riesco nemmeno a infilare la mano nella borsa. Ormai la tragedia è compiuta. Non scende nessuno, anzi il treno resta pieno fino a Parabiago, e io scendo una fermata dopo. Ormai alla fase fame d’aria, dopo l’ultimo tratto a passo d’uomo perché, si sa, anche Parabiago merita di essere ammirata nel suo splendore, arrivo a destinazione. Maledico il treno e scendo. Schivo una cacca. Anche oggi è finita.

 

Sono Fraps e tutti i giorni viaggio su e giù con il passante S5. Il treno è fonte di ispirazione per i miei post ironici e spesso taglienti, perchè mi piace guardare la gente e fantasticarci su in modo anche un po’ spietato. Credo di essere una scrittrice mancata e mi piacerebbe un giorno raccogliere i miei raccontini in un libro.

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